Al via con successo la XXIV edizione del Premio Ciampi

 


Foto di Furio Pozzi

Recensione
di Verso Blù
“Rioccupiamo le strade coi sogni”. Che diventino realtà, per la miseria. E quali sogni? Ad esempio questo: “Il sogno di un mondo in cui realtà diverse si incontrano e non si scontrano”. Lo grida Antonio Vivaldi, il presidente della giuria del Premio Ciampi. Lo grida al pubblico del The Cage, completamente esaurito per la prima serata dell’edizione n. 24. Che cade, come la pioggia di novembre, di lunedì sera, che intanto occupa bene il tempo di tutti coloro che hanno scelto di uscire di casa e ritrovarsi per un’idea, nel nome di Piero Ciampi. E quale idea? Quella di Francesco Motta che incontra Les Filles des Illighadad: ovvero un cantautore pisano che ha fatto il botto con due dischi dopo essere cresciuto nel “Fango” dell’indie rock italiano e tre ragazze del Niger che fanno musica tuareg. Da un incontro, per caso, a Berlino, è nato un tour di 4 date che, in Toscana, fa tappa unica a Livorno, dentro il Ciampi. Perché “ogni apertura crea un movimento”, sostiene Francesco, e “bisognerebbe sempre nutrirsi del diverso”. Piero lo sapeva, non lo chiedeva al cielo, neanche il perdono per sentirsi diverso. O per quel naso che “ora è diverso: l’ho fatto io e non Dio”. Ma che buffa che sei. Vita, cara, amore. Sei bella davvero. “Per chi lo sa che anche stasera hai gli occhi rossi e quando va via il sole vuoi ballare a tutti i costi”. La vita balla con il pubblico del The Cage, rumoroso quanto basta per non finire le parole prima che Les Filles des Illighadad guadagnino il palco. Da sole, si siedono, battono su un tamburo costruito da una pelle di capra tesa su un mortaio e un pestello. E cantano le canzoni che parlano del villaggio, dell’amore e della lode per gli antenati. In un senso comunitario, quella musica che in gergo si chiama “tende” si sviluppa in un ritmo ipnotico, circolare; una cantilena che vuole evocare un senso di libertà. E pure la dimensione del viaggio, che entra nel vivo quando Motta si presenta e comincia il suo, di racconto. Questione di “Vivere o morire”, di “aver paura di dimenticare” o “di lasciarsi andare”. Perché “Livorno è una città strana”, secondo Francesco. Secondo Piero, invece, è “un pianto che si scioglie”, “un porto delle illusioni”, dove forse cerca “una chimera”. Ma questa sera, questa “eterna sera” dentro un club rock del 2018 può diventare qualcos’altro. Trasformando un pianto in un sorriso, da un padre poeta e cantautore degli anni ’60-‘70 a un figlio rocker del terzo millennio. Spregiudicati entrambi, talenti diversamente compresi. Fuori dal tempo, invece, arrivano Fatou Seidi Ghali, Alamnou Akrouni e Fitimata Ahmadelher: “le donne più belle che io abbia mai conosciuto nella mia vita”. Senza esitazione, Motta definisce così Les Filles des Illighadad. E con loro danza, suona, canta. Sale sul palco anche Andrea Appino, per il gran finale di un concerto che spacca. “Ed è quasi come essere felice”.

Tracklist: Intro Les Filles des Illighadad - Vivere o morire – La fine dei vent’anni – Quello che siamo diventati – Del tempo che passa la felicità – Mio padre era comunista – Sei bella davvero – La nostra ultima canzone – Chissà dove sarai – Cambio la faccia – Mi parli di te. Encore 1, Motta e Les Filles des Illighadad: Ed è quasi come essere felice – Roma stasera

Il Racconto di Emilia Trevisani