2015

Premio L'Altrarte e Il Teatro degli Orrori

Recensione

di Verso Blu

«Il silenzio è una “figata”, perché è narrativo». Detto da Pierpaolo Capovilla, uno che quando sale sul palco si scatena e dà tutto, sembra strano.

Ma per un attimo è così: il muro di suoni de Il Teatro degli Orrori, in concerto al The Cage Theatre per il primo sabato del Premio Ciampi 2015, si interrompe e la folla acconsente. Poi riparte il rumore e il teatrino torna una bolgia, «perché la musica rock – ancora Pierpaolo – è terapeutica, è ciò che ci rende più preziosi». Eppure, quella frase sul silenzio resta impressa: circumnaviga una giornata in cui l’assenza di rumore è stata anche un appello, dopo i fatti di Parigi, con gli sproloqui della serie “meglio tacere, che commentare”.
Tecnicamente, in musica, ciò che il silenzio condivide con il suono è soltanto la durata. Viene in mente la controversa composizione di John Cage, “4’33’’”, che nel suo tacere dona evidenza ai suoni emessi dall’ambiente in cui viene eseguita, dando un’idea dell’importanza dell’ambiente stesso. E’ qualcosa che, a suo modo, fa anche Lucio Pozzi, che prima del concerto al The Cage concentra il Premio Ciampi alla Galleria Peccolo, per l’inaugurazione della sua mostra “Lo sguardo”. Lucio, artista milanese classe 1935, giramondo e segretamente sovversivo, vince il Premio L’Altrarte alla carriera 2015. Dipinge, produce azioni, fabbrica installazioni, realizza video. Espone un saggio del suo repertorio a Livorno, tra cui un video di 14 minuti che si intitola “Un lungo sguardo al mio mobile di cucina”: è lì che egli invoca il silenzio, a tratti, mentre la camera descrive e passa in rassegna gli angoli di una stanza ordinaria. In me, il silenzio, vince anche allorché mi rivolgo ai quadri esposti, in cerca di un ritorno emotivo a quel gioco di colori su tele grandi, appariscenti oppure immerse nel bianco e nero di volti e figure incompleti. C’è il contrasto cromatico e c’è quello sonoro nella performance di Lucio, che al silenzio oppone l’acuto, alla pace il tormento. Ben riesce, in tal senso, l’improvvisazione musicale di Guy-Frank Pellerin (sassofoni, percussioni) e Stefano Agostini (flauti), in “Pozzi di suoni”, che chiude l’evento in cui Lucio riceve la targa del Ciampi da Franco Carratori e la definisce «un delizioso shock». Lui che non dà mai niente per scontato, che quando dipinge ascolta Bach o i Rage Against The Machine, ed infine elogia il Premio Ciampi poiché, sostiene, «si interessa dell’indipendenza, nel senso del non dipendere, del non dare autorità a se stessi o ad altri».
Non c’è traccia di Piero, invece, nel concerto de Il Teatro degli Orrori, se non nel vestito nero di Capovilla, nella denuncia senza peli sulla lingua, nella rabbia contro lo status quo, che Piero esprimeva fermo sul palco, mentre Pierpaolo sbraita, ma ambedue senza risparmiarsi. Due ore di live al The Cage cominciano con un audio in francese, per un’intro rivolta a Parigi, finché la band entra in scena e il suo frontman dice: “Il rock è vita. Come potrebbe il nostro pensiero non andare alle vittime del Bataclan e di Parigi. Non ci sono più parole, il mondo sta bollendo, sta emergendo la barbarie”. Ma il rock è vita e allora si fa protagonista, in ventidue tracce divise in due parti: la prima tutta dedicata alla presentazione del nuovo disco del Teatro, bello ma ridondante; la seconda rivolta al repertorio precedente, che spacca come sempre e infiamma la platea, fatta di giovani appassionati, dai raggi negli occhi che rosicchiano la notte e da una voglia presunta di non arrendersi alla barbarie. La tracklist del concerto: Disinteressati e indifferenti – La paura – Cazzotti e suppliche – Benzodiazepina – Lavorare stanca – Genova – Una donna – Il lungo sonno – Sentimenti inconfessabili – Una giornata al sole – Bellissima – Slint.
Part II: Non vedo l’ora – Il turbamento della gelosia – E’ colpa mia – E lei venne – Compagna Teresa – Majakovskij – Vita mia – Due – A sangue freddo – La canzone di Tom.